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Mediterraneo, la magia di un mare unico al mondo

Il Mar Mediterraneo, meraviglioso mare dai delicati equilibri, raccontato in un video di Alessandro Tommasi, vice-presidente dell’A.M.A.

Il Corallo nero

Da qualche mese a questa parte all’Acquario Mediterraneo dell’Argentario è in corso una sperimentazione sul Corallo nero condotta dalla dott.ssa Francesca Scoccia, del gruppo di ricerca coordinato dalla prof.ssa Elda Gaino dell’Università degli Studi di Perugia.
In particolare, l’obiettivo dello studio è quello di riuscire a studiare le fasi larvali del ciclo vitale di questa specie, cercando di allevarla, per la prima volta in Italia, in vasca.
Di seguito riportiamo una scheda per conoscere meglio la specie, curata dalla dott.ssa Scoccia.

Classe: Antozoi
Sottoclasse: Esacoralli
Ordine: Antipatharia
Famiglia: Myriopathidae
Nome scientifico: Antipathella subpinnata

Habitat: fondali rocciosi e substrati duri
Profondità: dai 50 m ai 100 m (dati storici riportano anche – 500m)
Dimensioni: supera il metro di altezza
Caratteristiche: costruisce colonie ramificate di forma arborescente. Il nome comune di corallo nero deriva dalla presenza di uno scheletro di natura proteica di colore nero che nelle colonie vive non è possibile vedere perché ricoperto dai tessuti. Questi ultimi, tuttavia, hanno un colore bianco/trasparente che permette di intravedere l’asse scheletrico all’interno. L’asse del corallo nero, nelle specie tropicali, viene utilizzato come materiale per la costruzione di gioielli. Per questo motivo oggi tutte le specie di corallo nero sono considerate protette e incluse nella lista C.I.T.E.S. Le colonie di Antipathella subpinnata sono costituite da polipi caratterizzati da 6 tentacoli. Questa caratteristica li rende unici e inconfondibili all’interno del gruppo degli esacoralli. A differenza di molti altri coralli, il corallo nero non contrae simbiosi con alghe simbionti, proprio per questo motivo non necessita di luce (indispensabile per la fotosintesi delle alghe) e può colonizzare il substrato roccioso a grandi profondità. Antipathella subpinnata ha una distribuzione Atlantico-Mediterranea e rappresenta una componente bentonica comune dell’habitat che caratterizza la zona più profonda, poco illuminata, del circalitorale. In Mediterraneo vivono altre quattro specie di corallo nero che hanno una distribuzione batimetrica molto più profonda rispetto a quella di Antipathella subpinnata.

Possibili confusioni: comunemente, in Mediterraneo, il corallo nero (Antipathella subpinnata) viene confuso con la Savalia savaglia (ormai nota come Gerardia savaglia), ovvero il falso corallo nero. La confusione deriva dal fatto che anche quest’ultima specie presenta uno scheletro corneo di colore nero. Aldilà delle numerose differenze, non ultimo il colore delle colonie, le due specie possono essere facilmente identificate mediante l’osservazione di due caratteri.
Il primo riguarda i polipi:
Antipathella subpinnata: sei tentacoli
Savalia savaglia: numerosi tentacoli
Il secondo carattere riguarda lo scheletro:
– Antipathella subpinnata: scheletro provvisto di caratteristiche spine
– Savalia savaglia: scheletro liscio.
Spesso la confusione tra il vero corallo nero e il falso corallo nero è accentuata dal fatto che entrambi presentano analoghe caratteristiche ecologiche e possiamo quindi trovarli nei medesimi ambienti.

Vasche Acquario: il corallo si trova nella vasca degli invertebrati e in una delle quattro vasche del piano di osservazione nella stanza a destra dell’ingresso. Nella vasca sono in corso esperimenti per lo studio della riproduzione del corallo nero. Sono ospitate 4 colonie femminili e 1 colonia maschile. Le colonie sono tipicamente a sessi separati.

[nella foto: colonie di corallo nero in vasca all’Acquario Mediterraneo dell’Argentario]

I Cavallucci marini

di Francesca Birardi

cavalluccio - di A.TommasiI Cavallucci marini, detti anche Ippocampi, sono pesci ossei appartenenti all’ordine dei Singnatiformi e famiglia dei Singnatidi. Sono pesci generalmente piccoli dal carattere schivo e timido, ed hanno la particolarità di avere una bocca a forma di tubo, all’interno della quale non ci sono denti.

Le loro doti mimetiche li rendono difficilissimi da individuare nelle praterie di Posidonia o nelle alghe fra le quali si nascondono; a causa della loro lentezza nei movimenti, infatti,  riescono a sfuggire dai predatori solo nascondendosi.

I cavallucci prestano cure parentali alla loro prole, in particolare è il maschio a possedere un’apposita sacca per l’incubazione delle uova. A seconda della specie vengono deposte fino ad un massimo di 1200 uova, grandi circa due millimetri ciascuna; la schiusa avviene dopo qualche giorno o qualche settimana.

I cavallucci marini sono stati inseriti nelle liste delle specie marine protette in Italia, poichè sono a rischio esitinzione.

Nell’Acquario di Porto S. Stefano potete ammirare alcuni piccoli ippocampi nascosti tra le alghe  nella vasca posta davanti a quella che rappresenta il piano Infralitorale superiore.

Pinna nobilis, il bivalve più grande del Mediterraneo

di Francesca Birardi

Questo mollusco, comunemente noto come “Nacchera” o “Pinna comune”, può raggiungere notevoli dimensioni arrivando talvolta a misurare 1 metro di lunghezza. Ha una conchiglia bivalve a forma quasi triangolare e vive infossato nel sedimento, prevalentemente sabbioso, tramite la parte appuntita.

Si possono vedere esemplari di questa specie diffusa in tutto il Mar Mediterraneo nei pressi o all’interno delle praterie di Posidonia oceanica. La Pinna nobilis si nutre e respira facendo passare l’acqua all’interno del proprio corpo tramite un sifone, detto “inalante”, poi espulsa tramite un altro sifone detto “esalante”. Talvolta ospita all’interno della propria conchiglia dei piccoli crostacei con i quali vive in simbiosi.

A causa della bellezza delle loro conchiglie le Pinne comuni sono spesso prede di persone senza scrupoli che estirpano il mollusco dal fondale, gettano via l’animale estraendolo senza pietà e portano a casa le valve per poterle ostentare nelle proprie case come macabri trofei. La popolazione di Pinna nobilis si è pertanto notevolmente ridotta, per cui da qualche anno è stata ufficialmente dichiarata specie protetta.

Potete ammirare una giovane Nacchera nella vasca degli invertebrati dell’Acquario di Porto Santo Stefano; è possibile riconoscere un individuo giovane da uno adulto non solo per le dimensioni ridotte ma anche per la presenza di protuberanze disposte in file molto fitte sulla parete esterna delle valve, che scompaiono quando il mollusco diventa adulto.

La Posidonia, il polmone del Mediterraneo

di Francesca Birardi

Molto spesso viene erroneamente chiamata “alga” ma in realtà la Posidonia oceanica è una pianta a tutti gli effetti e vive esclusivamente nel Mar Mediterraneo.
Il suo nome è un chiaro omaggio a Poseidone, dio del mare venerato nell’antica Grecia, ed è per questo che alcuni pensano che in realtà questa pianta marina si chiami Poseidonia invece che Posidonia come l’aveva nominata Linneo, biologo svedese vissuto nel 1700, inventore della nomenclatura binomiale delle specie.
Proprio come le piante terrestri la Posidonia ha radici, fusto (detto rizoma) e foglie attraverso le quali effettua la fotosintesi arricchendo d’ossigeno il nostro mare; per questo viene considerata come il “polmone del Mediterraneo”, esattamente come la foresta Amazzonica lo è per l’intero pianeta Terra. Ma non solo: la Posidonia ha anche fiori e frutti. Il frutto viene comunemente chiamato “oliva di mare” in quanto assomiglia molto, per forma e colore, ad un’ “oliva terrestre”.

L’ intreccio dei rizomi e delle lunghe foglie nastriformi, che riescono addirittura a rallentare il moto ondoso, costituisce un luogo di riparo per pesci e invertebrati marini, dove possono trovare anche cibo in abbondanza costituito da piccoli animali ed alghe che usano le foglie e i rizomi della Posidonia come supporto e che sono detti “epifiti”. I rizomi, inoltre, assieme alle radici riescono a trattenere il sedimento proteggendo così i litorali sabbiosi e prevenendo una loro eventuale erosione.

egagropileLe foglie di Posidonia col tempo si distruggono e si sfibrano; le fibre, trasportate dalla forza delle onde, si riuniscono in strutture globose che si chiamano “egagropile” o “pilae marine”, che non sono altro che quelle “palline” fibrose che si trovano lungo le spiagge.

«Mantenere piante di Posidonia in una vasca» – ci spiega Rossano Chipa, che all’Acquario dell’Argentario si occupa di manutenzione delle vasche – «è difficile, ma non impossibile: bisogna stare soprattutto attenti a fornire loro il tipo di luce giusta e a non superare determinate ore di irradiazione a seconda della stagione, in più bisogna assicurarsi che in vasca ci sia sempre una buona circolazione e un ricambio veloce dell’acqua».

Negli ultimi anni, purtroppo, si sta assistendo alla regressione, per lo più dovuta all’inquinamento, di molte praterie di Posidonia che colonizzano la nostra fascia costiera e considerando il ruolo importante che questa pianta ha nell’ecosistema del Mediterraneo è stata dichiarata specie protetta.

È possibile ammirare alcune piante di Posidonia nella vasca dell’Acquario di Porto Santo Stefano che rappresenta il piano Infralitorale superiore.