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Che differenza c’è tra un’alga e una pianta marina?

di Francesca Birardi

Molto spesso i vegetali marini vengono tutti chiamati “alghe”, anche se in realtà nel mare ci sono anche le piante. Non è immediato riuscire a distinguere le piante dalle alghe, soprattutto perché alcune di queste ultime hanno una forma lanceolata o allargata che ricorda quella delle foglie delle piante terrestri.

Sia le piante marine che le alghe effettuano la fotosintesi clorofilliana, attraverso la quale trasformano l’energia solare in sostanze organiche necessarie per il loro nutrimento e producono ossigeno a partire da anidride carbonica e acqua. Questo processo avviene all’interno dei cloroplasti, speciali organi cellulari che contengono pigmenti, come clorofille (clorofille a, b e c) di colore verde, ficobiline (fitoeritrine e ficocianine) di colore azzurro e rosso, e carotenoidi (caroteni e xantofille) di colore giallo-arancione. Questi conferiscono anche la colorazione alle alghe, che sono tradizionalmente divise in tre gruppi: verdi, rosse e brune.

Posidonia oceanicaLe piante marine hanno radici, fusto, foglie, fiori e frutti, proprio come quelle terrestri. Grazie alla presenza dei fiori, che sono gli organi riproduttori, queste piante sono dette “fanerogame marine”, dal greco faneròs e gàmos, cioè “nozze evidenti”. Si riproducono con un’impollinazione di tipo idrofila, tramite la quale il polline viene trasportato dall’acqua. In Mediterraneo esistono cinque specie di fanerogame marine, di cui quattro appartenenti alla famiglia delle Potamogetonacee: Posidonia oceanica (nella foto di A. Tommasi), Zostera marina, Nanozostera noltii e Cymodocea nodosa. L’altra specie è l’Halophila stipulacea, della famiglia delle Hydrocharitacee: si tratta di un migrante lessepsiano (cioè entrato in Mediterraneo attraverso il Canale di Suez; il nome deriva da Ferdinand de Lesseps, diplomatico francese che fu promotore ed esecutore della costruzione del canale) che si trova nel nostro mare solo da pochi anni.

Le alghe, a differenza delle piante, non hanno radici, fusto, foglie, fiori o frutti e nemmeno tessuti di conduzione di acqua e nutrienti; infatti, assorbono tali sostanze attraverso tutto il loro “corpo” che è chiamato tallo. Per rimanere fisse al substrato hanno i rizoidi, strutture simili a radici aventi la funzione di ancoraggio ma non quella di assorbimento di acqua e sali minerali dal terreno. In Mediterraneo esistono molte specie di alghe tra le quali le più comuni e conosciute sono sicuramente Acetabularia acetabulum, con la tipica forma a ombrellino, Padina pavonica, detta anche “orecchietta di mare” (nella foto), Ulva lactuca, o “insalata di mare”, Caulerpa prolifera, provvista di tallo a forma lanceolata che ricorda molto la foglia di una pianta.

Le alghe e le piante, assieme al fitoplancton, costituiscono il primo anello delle catene alimentari; per questo la componente vegetale è una parte fondamentale e importantissima dell’ecosistema marino. Inoltre le piante, formando delle vere e proprie praterie sommerse, offrono riparo a molte specie animali e grazie all’intreccio di fusti e radici proteggono le nostre coste dall’erosione.

Il ventaglio di mare: Flabellia petiolata

Flabellia petiolata

Classe: Bryopsidophyceae
Ordine: Bryopsidales
Famiglia: Udoteaceae
Nome scientifico: Flabellia petiolata (prima del 1987 era conosciuta come Udotea petiolata)
Nome comune: Ventaglio di mare

Habitat: fondali rocciosi o poco illuminati
Profondità: da 1 a 40 metri.
Dimensioni: può arrivare fino a 10 cm di lunghezza.
Caratteristiche: questa alga verde (Clorofita) è ben riconoscibile per la forma della sua foglia arrotondata che ricorda un piccolo ventaglio. Talvolta è possibile incontrarla nelle praterie di Posidonia oceanica. È una specie molto comune nel Mediterraneo, ed è stata anche segnalata nell’Atlantico nord-orientale.

Vasche Acquario: è possibile vedere qualche esemplare di Flabellia petiolata nella vasca che rappresenta l’Infralitorale superiore.

Le caulerpe, l’indigena e le aliene

di Francesca Birardi

Caulerpa prolifera,di Alessandro TommasiLe caulerpe sono alghe verdi appartenenti al phylum delle Chlorophyta.  Tutte le specie appartenenti al genere Caulerpa hanno uno stolone più o meno affondato nel substrato, che verso il basso produce dei rizoidi (strutture simili a radici ma che hanno la sola funzione di ancoraggio) ben sviluppati, utili ad ancorarsi in fondali molli come sabbia e fango, e verso l’alto delle fronde ad intervalli regolari, che costituiscono il loro tallo (così viene chiamato il “corpo” non specializzato in radici, fusto e foglie delle alghe).
 
La Caulerpa prolifera (nella foto) è una specie molto comune in Mediterraneo; le sue fronde a forma di foglia laminare la fanno sembrare molto simile alle piante superiori, tanto che a primo sguardo è difficile credere che sia proprio un’alga. All’inizio dell’inverno, lungo le nostre coste, le fronde cominciano a decolorarsi e si distruggono pian piano; lo stolone, invece, rimane vivo e vegeto e sviluppa i nuovi talli nellla primavera successiva. Questo non succede nelle coste sud del Mediterraneo, ad esempio quelle egiziane e marocchine, dove le fronde sono sempre presenti poichè l’escursione termica tra estate e inverno è minore.
 
Esistono altre due specie di Caulerpa, la taxifolia e la racemosa, che sono entrate da pochi anni in Mediterraneo e per questo sono considerate “aliene“. È detta aliena, infatti, una specie cha ha un’origine esterna rispetto all’ambiente nel quale viene introdotta, cosa che, nella maggior parte dei casi, avviene per mano dell’uomo. Talvolta le specie aliene possono avere un comportamento invasivo, cioè la loro diffusione diventa nociva per le specie indigene che tendono a scomparire e ad essere sostituite dalla nuova specie.

La Caulerpa taxifolia è stata ritrovata per la prima volta davanti all’Acquario di Monaco nel 1984 e si pensa che molto probabilmente alcuni talli di quest’alga siano stati accidentalmente buttati in mare durante le regolari pulizie delle vasche. Appena scoperta, la taxifolia formava una chiazza di pochi metri quadrati; ad oggi è stata segnalata in più di 100 stazioni di monitoraggio sparse in tutto il Mediterraneo.
Il ricoprimento totale fino ad oggi stimato è più di 5000 ettari. Quest’alga verde, chiamata così perchè il tallo assomiglia ad una foglia di tasso, si adatta bene ad ogni tipo di fondale, anche in ambienti scarsamente illuminati tanto che è stata ritrovata anche a 90 metri di profondità, dove in genere le alghe non riescono a sopravvivere a causa della poca luce. La taxifolia forma delle vaste praterie ricoprendo fittamente tutto il substrato e “soffocando” tutte le altre specie algali già presenti; per questo viene definita alga killer.
 
La varietà di Caulerpa racemosa che si è insediata in Mediterraneo è la cylindracea ed è originaria dell’Australia sud-occidentale; non si sa ancora con certezza come abbia fatto ad entrare nel nostro mare ma si ipotizza che sia passata dal Canale di Suez. Proprio come la taxifolia, essa ha una grande capacità di adattamento e forse è ancora più invasiva dell’altra. Il suo tallo è formato da fronde che hanno un aspetto simile a piccoli grappoli d’uva, e infatti nei paesi anglosassoni viene chiamata grape alga, cioè alga a forma d’uva. Sono ben poche le località mediterranee che ancora non hanno segnalato la presenza di quest’alga verde e l’Argentario, purtroppo, non è fra queste.

La colonizzazione di queste due alghe aliene sta destando molta preoccupazione nella maggior parte dei ricercatori, che sono molto preoccupati per la sorte delle specie mediterranee. Altri studiosi, invece, considerando il fatto che le due alghe si adattano bene anche in ambienti molto degradati, come quelli portuali, pensano che la loro presenza possa riqualificare queste zone dove la possibilità di vita delle specie algali è praticamente nulla.

È possibile vedere la Caulerpa prolifera nella vasca dei Cavallucci e Pesci ago che si trova nell’ultima stanza del piano inferiore dell’Acquario Mediterraneo dell’Argentario di Porto S. Stefano. Ovviamente nelle nostre vasche non sono presenti le due specie aliene proprio per evitare di spargere in mare dei talli che potrebbero incrementare la loro colonizzazione.

La Posidonia, il polmone del Mediterraneo

di Francesca Birardi

Molto spesso viene erroneamente chiamata “alga” ma in realtà la Posidonia oceanica è una pianta a tutti gli effetti e vive esclusivamente nel Mar Mediterraneo.
Il suo nome è un chiaro omaggio a Poseidone, dio del mare venerato nell’antica Grecia, ed è per questo che alcuni pensano che in realtà questa pianta marina si chiami Poseidonia invece che Posidonia come l’aveva nominata Linneo, biologo svedese vissuto nel 1700, inventore della nomenclatura binomiale delle specie.
Proprio come le piante terrestri la Posidonia ha radici, fusto (detto rizoma) e foglie attraverso le quali effettua la fotosintesi arricchendo d’ossigeno il nostro mare; per questo viene considerata come il “polmone del Mediterraneo”, esattamente come la foresta Amazzonica lo è per l’intero pianeta Terra. Ma non solo: la Posidonia ha anche fiori e frutti. Il frutto viene comunemente chiamato “oliva di mare” in quanto assomiglia molto, per forma e colore, ad un’ “oliva terrestre”.

L’ intreccio dei rizomi e delle lunghe foglie nastriformi, che riescono addirittura a rallentare il moto ondoso, costituisce un luogo di riparo per pesci e invertebrati marini, dove possono trovare anche cibo in abbondanza costituito da piccoli animali ed alghe che usano le foglie e i rizomi della Posidonia come supporto e che sono detti “epifiti”. I rizomi, inoltre, assieme alle radici riescono a trattenere il sedimento proteggendo così i litorali sabbiosi e prevenendo una loro eventuale erosione.

egagropileLe foglie di Posidonia col tempo si distruggono e si sfibrano; le fibre, trasportate dalla forza delle onde, si riuniscono in strutture globose che si chiamano “egagropile” o “pilae marine”, che non sono altro che quelle “palline” fibrose che si trovano lungo le spiagge.

«Mantenere piante di Posidonia in una vasca» – ci spiega Rossano Chipa, che all’Acquario dell’Argentario si occupa di manutenzione delle vasche – «è difficile, ma non impossibile: bisogna stare soprattutto attenti a fornire loro il tipo di luce giusta e a non superare determinate ore di irradiazione a seconda della stagione, in più bisogna assicurarsi che in vasca ci sia sempre una buona circolazione e un ricambio veloce dell’acqua».

Negli ultimi anni, purtroppo, si sta assistendo alla regressione, per lo più dovuta all’inquinamento, di molte praterie di Posidonia che colonizzano la nostra fascia costiera e considerando il ruolo importante che questa pianta ha nell’ecosistema del Mediterraneo è stata dichiarata specie protetta.

È possibile ammirare alcune piante di Posidonia nella vasca dell’Acquario di Porto Santo Stefano che rappresenta il piano Infralitorale superiore.

ACQUARIO

L’Acquario Mediterraneo dell’Argentario è stato realizzato con l’intento di riprodurre più fedelmente possibile gli ecosistemi più indicativi del litorale della Costa d’Argento. Nell’ambito della fascia costiera, che va da 10 a 50 metri di profondità, sono rappresentati i piani infralitorale e circalitorale, nonché un ambiente con esemplari pelagici; evidenza è data anche alla presenza sempre più frequente in Mediterraneo di specie “lessepsiane”, che si sono introdotte ed acclimatate all’ecosistema Mediterraneo in seguito al taglio del Canale di Suez. L’Acquario Mediterraneo del Centro Didattico di Biologia Marina del Comune di Monte Argentario è dotato di ben 17 vasche di cui 7 panoramiche, che hanno una capienza che va da 2000 a 20.000 litri per un totale di circa 50.000 litri d’acqua di mare. Le vasche contengono centinaia di specie animali e vegetali, come: Cernie, Murene, Cavallucci marini, Polpi, Gattucci, Gattopardi, Aragoste, Anthias, Tanute, Ricciole, Spondili, Gorgonie, Posidonia e molte altre..